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Viterbo - 5 marzo 2007 - ore 1,30
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L'attrice americana Ellen de Generes con la compagna Portia De Rossi |
- “Un ebreo non ha mani, organi, membra, sensi, affetti, passioni, non s'alimenta dello stesso cibo, non si ferisce con le stesse armi, non è soggetto agli stessi malanni, curato con le stesse medicine, estate e inverno non son caldi e freddi per un giudeo come per un cristiano?
Se ci pungete, non facciamo sangue? Non moriamo se voi ci avvelenate?”.
E’ Shylock che parla nel Mercante di Venezia di Shakespeare.
Una frase che sembra ronzare nelle orecchie ogni volta che si parla di omosessuali. Una frase che dovrebbe tornare in mente ogni volta che ci si trova di fronte a una discriminazione.
Anche in un tempo in cui, almeno nei media, l’omosessualità sembra addirittura andare di moda.
Nonostante una certa sovraesposizione, una domanda però sembra legittima: all’inizio del terzo millennio in una città di provincia come Viterbo, qual è la condizione esistenziale di un omosessuale?
Nonostante l’enunciazione di maniera dei diritti, la situazione non è entusiasmante.
Perfino fare una intervista ad una lesbica diventa complicato perché, vista la situazione, l’anonimato è d’obbligo, se si vuole continuare a vivere sereni.
Per questo Marta (nome fittizio, ndr) non rivela il suo vero nome.
Diplomata, 35 anni nata a Viterbo, Marta fa l’impiegata e convive da qualche anno con la sua compagna. Un hobby: la scrittura.
Quando ha scoperto di essere lesbica?
“Da sempre. Anche se il termine lesbica ancora mi suona un po’ forte e quasi dispregiativo. Forse sono una lesbica di provincia”.
Che significa da sempre?
“Mi ritengo fortunata perché a quattro anni ero follemente innamorata di Raffaella Carrà e a cinque dell’attrice Carole Andrè, la Perla di Labuan in Sandokan. Insomma non ho dovuto scoprire la cosa con fatica e non c’è stato mai nessun dubbio.
Come dire: sono nata lesbica”.
Insomma mentre le sue amiche erano appassionatamente innamorate di Sandokan lei invece...
“Sognavo di conquistare la perla di Labuan e questo mi portava lontanissimo rispetto alle mie coetanee.
Questa è stata la mia fortuna, perché altre persone scoprendo questa cosa più tardi hanno avuto problemi più gravi dei miei. Io ci sono cresciuta con questa cosa e anche se poi ho lavorato su di me in maniera furibonda”.
Qual è stato il vero problema, se ce stato, all’inizio?
“La solitudine. Pensare, a dieci anni, che avevo una “malattia” rarissima e che fosse solo mia. E non ne potevo parlare con nessuno”.
Quando ha capito di non essere sola?
“Tardi. In provincia il confronto è sconcertante. Verso i diciassette anni ho capito che non ero da sola”.
Il primo innamoramento reale?
“A quattordici anni, era un'amica di famiglia di 16 anni”.
E’ stata corrisposta?
“No. Non penso neppure che l’avesse veramente capito. E non ebbi una risposta di nessun tipo”.
Non c’era una difficoltà di nell’autopercepirsi o di identità?
“Non per me. Ma solo nel rapporto con gli altri. Ho vissuto la mia adolescenza in un mondo solitario. Ma senza nessun vittimismo. Per me la solitudine è una condizione necessaria. Forse - sottolinea con un sorriso Marta - come omosessuale sono un po’ orsa.
Sono un po’ anomala sia per gli etero che per gli omo”.
Il primo rapporto vero con una donna?
“A 17 anni. Una situazione e una relazione da far mancare il fiato. E’ stata un’emozione stravolgente che annebbia ogni possibilità di giudizio. Era bella, aveva la mia età, era un'amica di famiglia. La storia è andata avanti per un annetto. E a quel punto mi sono rivelata alla mia famiglia”.
E come l’hanno presa?
“All’inizio i miei genitori sono rimasti sconcertati. La cosa è venuta fuori quasi casualmente. Io ero innamorata ed ero un po’ fuori di testa. Non studiavo, non riuscivo a vivere normalmente.
Dopo una scenata, mio padre se è uscito con questa frase: “Ma che sei innamorata?”.
E io gli ho risposto di sì e gli spiegai di chi: una donna.
Mia madre addirittura mi chiese se volevo operarmi per cambiare sesso.
Dopo il primo comprensibile sconcerto, col tempo il rapporto con i miei genitori è diventato fantastico.
Oggi conoscono la mia campagna. La rispettano. Le vogliono bene”.
Tutto sommato è stato abbastanza facile...
“Non è stata comunque una passeggiata.
Ma mi rendo conto che la mia situazione è purtroppo una rarità. Ci sono persone che vivono la scoperta della loro sessualità come qualcosa di cui vergognarsi e questo impedisce di vivere i loro sentimenti. Ma questo può capitare anche agli etero, ovviamente.
Ho l’impressione, invece, che molti omosessuali si considerino da subito delle vittime, degli emarginati. Per me non è stato così. Io sono una persone come tante. E sotto le lenzuola faccio quello che mi pare. Come tutti ovviamente. Nessuno deve essere giudicato per le sue tendenze, per i suoi comportamenti intimi che non ledono i diritti di altri”.
Come è stata presa la cosa dagli altri suoi familiari?
“Io ho un fratello e una sorella. Mio fratello fa finta di non sapere. E di fronte alla mia convivenza è molto imbarazzato con suo figlio.
Mio sorella al contrario mi è molto vicina, tanto che i suoi figli stanno spesso a casa nostra e ci considerano due zie. Chiamano la mia compagna "zia"”.
Essere lesbica a Viterbo cosa significa?
“Significa imparare a essere ipocrita. A nascondere. O forse, meglio, omettere. E lasciare delle zone d’ombra che permettono di vivere. Da questo punto di vista la provincia è terribile, perché si vive come nelle grandi città, si fa sesso come nelle grandi città ma non si dice”.
Esistono locali o luoghi d’incontro?
“No. E’ stato fatto qualche tentativo, ma è fallito in brevissimo tempo. Perché in ogni caso il gay viterbese preferisce i locali romani. Perché ci si diverte di più e non sei in vetrina. Come i viterbesi ti fanno sentire”.
C’è un risentimento rispetto alla città?
“Non vivrei in nessun altra città. Perché Viterbo è la mia città. E sono orgogliosa di vivere la mia vita qui.
Però Viterbo sul piano sociale e delle opportunità è una città da terzo mondo.
Basti ricordare l’episodio dei due omosessuali viterbesi che avevano richiesto la trascrizione del matrimonio gay contratto in Olanda e che il comune di Viterbo ha negato come se fosse peccato capitale”.
Non ha mai avuto la tentazione di fare coming out? di dichiarare pubblicamente la sua identità di genere.
“Sì. Tantissime volte. Ma poi penso che la mia vita debba essere giudicata per come sono come persona e non per le mie preferenze sessuali.
Di fronte a questa cosa c’è poi una morbosità a volte sconcertante. Morbosità data dalla poca conoscenza. A volte ti fanno sentire un marziano”.
Esiste una comunità omosessuale a Viterbo?
“Sì ed è anche molto grande. E’ composta sia da persone dichiaratamente omosessuali, sia da un altro gruppo, forse più numeroso, che fa parte di una area grigia. Ci sono anche molte donne che hanno avuto magari una sola esperienza e che oggi sono felicemente sposate e con figli”.
Come è la sua vita affettiva? Ha avuto molte compagne?
“Storie serie poche. Diciamo tre. Avventure, storielle e curiosità appagate abbastanza.
Le storie serie sono rare, perché comportano un grande lavorio sociale e interiore. Conosco lesbiche che convivono da venti anni e sono felicissime”.
Da quanto tempo convive?
“Quattro anni, con una coetanea”.
La sua partner ha avuto problemi?
“All’inizio sì, poi si è lasciata vivere. Forse ha qualche zona d’ombra più di me”.
Cosa pensa dei Pacs e dei Dico?
“Sono un atto di civiltà nei confronti degli omosessuali e di tutti i cittadini. E ovviamente non tolgono nulla alla famiglia. Non si capisce da dove sorga la paura.
Un diritto acquisito dagli omosessuali non lede assolutamente diritti di altri e tanto meno l’istituto della famiglia. E’ la classica caccia alle streghe.
Vengono descritti i Dico come se fossero le armi di distruzione di massa dell’Iraq.
La cosa è veramente sconcertante. In Bolivia, che non è proprio New York, dopo due anni di convivenza si acquisiscono dei diritti solo per fare un esempio”.
Cosa pensa dell’adozione?
“Penso che un bambino debba crescere con un padre e una madre”.
Quindi non adotterebbe?
“Se mi fosse data l’opportunità di dare un affetto vero a un bambino, credo che ne sarei in grado. Ma non ne farei un battaglia politica. Sono invece drasticamente contraria l’inseminazione artificiale, come talvolta accade in alcune coppie gay”.
Ma non vorrebbe avere un figlio?
“Certo, anche io vorrei un figlio. E penso talvolta che quando non ci sarò più nessuno porterà i miei occhi. E questo è un dolore enorme. Quasi paragonabile alla solitudine dell’adolescenza. Ma accetto i limiti naturali”.
Se dovesse avere una giovane amica omo che cosa gli consiglierebbe, in base alla sua esperienza?
“Di vivere nel rispetto degli altri e di se stessa. Come persona. Di non privarsi del sentimento, del sesso per paura. Anche se oggi i tempi sono cambiati. Oggi sembra che ci sia quasi una moda. Ma forse le paure di una giovane sono le stesse di una volta”.
Che rapporto ha con la religione?
“Vengo da una famiglia profondamente cattolica. Credo in Dio. Credo in tutti quei preti e suore che aiutano gli altri veramente e che hanno la fede, che è un dono enorme. Odio tutti quelli che della fede fanno politica e potere”.
Cosa pensa del gay pride?
“In alcuni posti del mondo forse serve. In Italia forse servirebbe di più fare meno spettacolo e più fatti concreti.
Comunque rimane una gran bella festa. Anche perché negli ultimi anni è diventato luogo d’incontro di tante persone e non solo di omosessuali”.
Lei c’è stata mai?
“Sì. Sono stata al famoso gay pride di Roma dell’anno santo. E mi sono divertita molto. Forse va sdrammatizzato e va preso come una festa.
Magari vanno drammatizzate di più altre feste come i rave, dove ragazzi di quindici anni si fanno di tutte le droghe esistenti sul mercato”.
Che musica ascolta?
“Adoro la musica classica”.
Il suo scrittore preferito
“André Gide”.
Un hobby?
“La scrittura e la lettura”.
Cosa pensa di Gabbianelli?
“No comment”.
E del presidente Prodi?
“Meglio di Ratzinger è sicuramente”.
Il suo politico preferito?
“Emma Bonino”.
L’ultimo film visto?
“Il diavolo veste Prada”.
L’attore preferito, o meglio l’attrice?
“Jodie Foster, è una grande attrice e una grande donna”.
Ernie Souchak
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