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Per non dimenticare - Fotoalbum

Jozzelli era il Viterbese popolare e democratico

di Renzo Trappolini
Viterbo 26 febbraio 2007 - ore 1,00

Fotoalbum

Attilio Jozzelli - giugno 1976
copyright La Velina

Jozzelli, con Andreotti e Franco Evangelisti nella sede della Dc in via Garbini a giugno del 1976, decide di non ripresentarsi alle elezioni
copyright La Velina

Renzo Trappolini con Jozzelli - giugno 1976
copyright La Velina

Jozzelli con Trappolini - giugno 1976
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Giulio Andreotti- giugno 1976
copyright La Velina

- Caro e stimato direttore,
come sempre, quando parla, ho letto con attenzione quello che ti ha detto Nando Gigli nell'intervista rilasciata alla Velina. E' certamente un saggio ed un uomo tanto innamorato della sua terra.

Consentimi di dirti, però, che ho apprezzato in modo particolare il suo ricordo del comune Maestro, onorevole Attilio Iozzelli che - quando a soli 50 anni abbandonò Montecitorio dove era stato rieletto con più di centomila voti - mi disse che considerava Nando ed me suoi eredi politici.

Indovinò certamente con lui, ma io non avevo la stessa buona stoffa.

Iozzelli era il "Viterbese", popolare e democratico. E' stato per 23 anni la guida dei democristiani che nella Tuscia erano partito di maggioranza.

Vorrei ricordarlo anch'io perché è un pezzo importante della nostra storia di comunità provinciale ( e anche mia personale).

Comincio a scrivere e rischio di commuovermi .

Ti mando allora l'articolo che scrissi la sera del 30 marzo del 1995, a poche ore dal suo funerale e dalla sepoltura a Orte. Lo rileggo e non cambierei una parola.

Perché non ricordiamo insieme, con chi sa e può, tanti grandi uomini che hanno fatto la storia della nostra Provincia?

Servirebbe a tutti, anche per il futuro.

Ciao.
Renzo Trappolini


Ricordando l’onorevole Iozzelli
30 marzo 1995

“Nel comizio di chiusura della campagna elettorale del 1976, presentandolo alla Piazza delle Erbe gremita, dissi che Attilio Iozzelli “era” la storia del Viterbese democratico.

Ricordandomi affettuosamente e con il garbo consueto i suoi 50 anni ed i miei non ancora 30, rispose che non poteva interpretare le mie parole come un invito a mettersi “in archivio”.

Lontano da me un pensiero del genere ma soprattutto lontano da lui il pensiero di continuare la sua vita, rinunciando ad impegnarsi per gli altri.

Quattro anni prima, aveva avuto oltre 100mila voti personali nel Lazio. Mi telefonò la sera dei risultati, sorridendo al pensiero che se tutti e centomila i votanti si fossero messi in fila, si sarebbe creata una catena umana da Viterbo a Roma.

Legare la Provincia alla Capitale, portare Roma nella Tuscia, mantenendo e valorizzando le vocazioni agricole, turistiche, culturali, in genere del terziario: questa la battaglia che combattè ogni giorno da rappresentante di una piccola provincia “popolata come una parrocchia della capitale” – diceva – nei confronti di più forti e talora più sostenuti interessi romani e di altre province.

Ma l’impegno maggiore, quello più congeniale, era di far crescere la coscienza democratica della gente: ogni giorno, ogni ora a disposizione di tutti; ogni sera in un paese, in una sezione, in un circolo a parlare a tutti e con tutti, agli anziani ed ai giovani, ai lavoratori, soprattutto quelli della terra.

Una volta lo invitai ad inaugurare una mostra al mio paese: erano gli anni della contestazione giovanile ed un gruppo di miei coetanei, temendo la “strumentalizzazione politica” – come si diceva allora –chiuse la porta in faccia all’eccellenza che veniva a tagliare il nastro. Era la prima volta al governo, sottosegretario al Mezzogiorno, poi Difesa, Agricoltura, Industria.

Non se ne ebbe, mi prese sottobraccio e, ridendo divertito, ammonì riferendosi al mio intemperante impegno spesso protestatorio: ”La rivoluzione mangia sempre i suoi figli”.

Un’altra volta mi prese sottobraccio. Era il 29 marzo 1976. Quattro mesi dopo avrebbe volontariamente abbandonato il Parlamento, convinto della necessità del ricambio della classe politica. Per dare l’esempio. Io ero stato da poco eletto segretario provinciale della Dc (ne sono stato sempre fiero): “Ricordati – disse – io “lascio”; vorrei che l’onestà fosse la caratteristica del tuo impegno politico”.

Lì per lì accolsi  questa frase come un precetto generico. Poi Lui, l’onorevole Iozzelli, che era stato “tutto” nella provincia politica, abbandonò a soli 50 anni e proprio quando i 100mila voti erano sicuramente destinati ad aumentare.

Aveva capito prima di altri che cambiavano i modi di fare politica, di ottenere il consenso. E lui non era mai stato un Re di denari. Viveva fino in fondo la sua promessa di terziario francescano, di personaggio umile che sapeva rispettare l’uomo, che credeva profondamente nei valori sociali e cristiani.

Altri e doverosamente ne ricorderanno le doti di politico accorto e di governante saggio, dimostrandogli  la gratitudine della sua terra che non lo dimenticherà.

Poche ore dopo il suo funerale, stasera, io lo ricordo così.

L’ho sentito al telefono, l’ultima volta, giovedì scorso: mi ha ripetuto che non riusciva più a vedere il telegiornale da quando nel Palazzo di piazza del Gesù, come nella Torre di babele, si era abbattuta la punizione della confusione delle lingue.

Mi ricordava la moglie, la signora Elena, che, quando uccisero Moro ebbe la sensazione che fosse davvero “finita”.

Per il modo e per i fatti, non posso escludere che Attilio Iozzelli sia morto di crepacuore.

Renzo Trappolini - 30 marzo 1995

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